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Scritto da: Professione e Formazione

L’architetto preoccupato per l’architettura

In un convegno di qualche anno fa Carlo Aymonino indicava in Mario Ridolfi per l’architettura, Ludovico Quaroni per l’urbanistica e Ernesto Nathan Rogers per la critica i suoi maestri. Un vero e proprio parterre de rois per un’indicazione che fin dall’origine cela una profonda, consapevole, voluta contraddizione; una delle tante che hanno, quasi geneticamente, segnato tutto il suo operato. Scegliendo i suoi formatori (maestri e amici) Aymonino li ha di fatto congelati all’interno di aree disciplinari specifiche, non comunicanti tra loro, così come antiche abitudini burocratiche dividono le materie di una scuola.
In un percorso fatto di scelte forti e desideri abbandonati ma mai dimenticati (la pittura, ad esempio), l’architettura è stata per Aymonino il filtro privilegiato per analizzare la realtà senza astrazioni teoriche o metafisiche e, al contempo, il concreto strumento di costruzione della realtà stessa. Parallelamente al suo lungo e intenso impegno politico (fu assessore agli Interventi sul centro storico del Comune di Roma dal 1981 al 1985), alla sua militanza comunista in tempi duri e non sospetti, alla partecipazione attiva al governo della città, quello nell’architettura è un impegno altrettanto forte che rivendica in ogni momento un’autonomia intellettuale prima che disciplinare, che non fa dipendere le scelte progettuali da dettati aprioristici né dalle contingenze di piccoli opportunismi, sia pure illuminati. All’interno di una cultura architettonica che, in parte per l’ipoteca dell’eredità del Movimento moderno e in parte per le parole d’ordine di un riformismo socialista, ha riproposto per decenni in tutte le maniere e confezioni possibili quella coincidentia oppositorum rappresentata dal rapporto architettura-città, Aymonino ha giocato in modo singolare e spesso in controtendenza. Se le equazioni di base, degli anni dell’esordio, erano Ridolfi=architettura e Quaroni=città, il gioco che egli propone e attua è quello di forzare la situazione, fino al bluff e oltre, ragionando, come in matematica o in geometria, «al limite»: la ridolfiana capacità espressiva dell’architettura e dei suoi ossessionati particolari costruttivi non gli basta e già nelle sue prime opere fa dell’unificazione dei processi costruttivi un tema di modernizzazione tecnologica e progettuale: il quartiere Spine Bianche a Matera in pochi anni ha perso ogni riferimento con il Tiburtino e forse non è un caso che il suo completamento coincida con la pubblicazione del numero 215 di «Casabella», quello del quaroniano «Paese dei barocchi», al quale lo stesso Aymonino dà il suo contributo. Al contempo però, dal contatto con il furor ridolfiano latente e ancora parzialmente compresso (quello del concorso per la Stazione Termini o delle palazzine di viale Etiopia) parte una ricerca che esalta i caratteri forti dell’organismo architettonico e delle sue complessità. Questo percorso s’intreccia con l’altro tema, quello della città: il riferimento a Quaroni si può allora leggere come una sorta di sfida giocata sullo sfondo di quello scetticismo tipicamente romano che ha fatto dello stesso Quaroni il maestro incontrastato del dubbio, e che Aymonino stravolge fino a una sorta di cinismo (auto)ironico che diventa una vera e propria virtù civile.
Se Quaroni propone il town design per superare le secche dell’universalismo scientifico del Razionalismo, Aymonino progetta frammenti di città in forma di architettura come nei concorsi per il teatro Paganini di Parma o per la Camera dei Deputati o, più tardi, nel quartiere residenziale del Gallaratese a Milano. È questo il progetto forse più complesso e contraddittorio di tutta la sua produzione: pochi anni prima, nell’intensivo di via Anagni a Roma, una rigorosa composizione dell’involucro conteneva la complessità dell’interno. Al Gallaratese l’involucro esplode e mostra l’articolazione quasi ossessiva dell’abaco tipologico, un catalogo quasi allucinato disposto lungo percorsi e connessioni che a volte sembrano indecifrabili per poi sfociare misteriosamente nello spazio «sociale» del teatro. A riportare ordine nell’insediamento interviene comunque l’astrazione dell’edificio di Aldo Rossi, voluto allo stesso Aymonino forse come contraltare al caos programmato. È anche l’incontro concreto di quegli studi teorici che i due amici hanno condotto nella loro stagione veneziana (Rapporti tra morfologia urbana e tipologia edilizia, del 1965, e L’architettura della città, del 1966; Aymonino fu anche rettore dello Iuav dal 1974 al 1979) che con approcci e modi diversi avevano cercato una rifondazione dell’architettura. La celebre sezione del Gallaratese nella quale Aymonino inserisce le figure della Fornarina, di Lenin e del Compagno che saluta è poi una delle pagine di un’autobiografia non scritta, così come l’autoritratto neanche tanto nascosto nel disegno dell’Architetto preoccupato per l’architettura o nei molti disegni venati da un antico espressionismo romanesco, che lo stesso architetto ha dedicato, amorevolmente, a Roma e ai suoi monumenti antichi.

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Last modified: 14 Luglio 2015